Ein etwas anderer Weg zum Film
© Luca Piccoli

Ein etwas anderer Weg zum Film

Chiara Fanetti 18. September 2026

Ein Bachelor in Architektur, Thailand, Eigenproduktionen und ein Pardino d’Oro in Locarno für «Typhoon Mambo»: Domenico Singha Pedroli hat sich sein berufliches Werkzeug fernab der konventionellen Filmausbildungen angeeignet, den Schritt in die Welt der Filmfestivals hat er aber bereits geschafft

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Wie bist du von der Architektur zum Film gekommen?

Die bildenden Künste interessierten mich schon früher, aber mit achtzehn hielt ich eine Filmausbildung für zu spezifisch. Ich suchte etwas, das mir Ideen und ein Verständnis aus anderen Blickwinkeln vermittelt, und so entschied ich mich für die Accademia di Architettura in Mendrisio, die sehr interdisziplinär ausgerichtet ist. Nach dem Bachelor wusste ich, dass ich Filme machen will, und so zog ich an Silvester 2019 nach Bangkok, wo ich meine autodidaktische Ausbildung begann: Am 3. Januar war ich bereits an einem Set, für «Krabi 2562» von Ben Rivers und Anocha Suwichakornpong. Es handelte sich um eine unabhängige Produktion, und mich beeindruckte, wie der Film sich die Realität zum Vorbild nahm: Wenn während eines Vorsprechens etwas Interessantes über eine Person ans Licht kam, war dieses Gespräch am nächsten Tag vielleicht schon Teil des Films.

Hast du diese Vorgehensweise übernommen?

Ja. Mein erster selbst gedrehter Film war eine Doku aus dem Süden Thailands. Ich beschloss, für einen Monat an einen Ort zu reisen, der mich interessierte, dort Material zu sammeln und daraus einen Film zu machen. Der Alltag einiger älterer Menschen, denen ich begegnete, berührte mich, und daraus entstand dann die Doku. Auch bei den folgenden Projekten ging ich auf diese Weise vor, bis zu «Au revoir Siam» über politische Geflüchtete aus Thailand in Frankreich (Anm. d. Red.,der Film lief 2024 im nationalen Wettbewerb von Visions du Réel).

Basiert auch dein in Locarno ausgezeichneter Kurzfilm «Typhoon Mambo» eher auf intuitiven Entscheidungen als auf einer bestimmten Erzählidee?

Ich gehe bei meinen Filmen auf eine sehr freie und persönliche Weise vor. Ausgangspunkt sind Elemente wie ein Gefühl, ein Ort, ein bestimmtes Licht, eine Atmosphäre, es muss nicht unbedingt eine Erzählidee oder Figur sein. Dann muss ich dieses Gefühl langsam herausarbeiten, es konkreter werden lassen. Bei «Typhoon Mambo» beispielsweise interessierten mich «Chatbots» und die Figur einer alten Frau, die einen Verlust zu beklagen hat: Diese Fragmente nahmen dann allmählich Gestalt an.

Der Kurzfilm wurde 2022 gedreht, noch vor ChatGPT. Wie bist du auf das Thema künstliche Intelligenz gekommen?

Ich wusste, dass es Versuche gab, mit «Chatbots» die Persönlichkeit eines verstorbenen Menschen zu rekonstruieren. Mich interessierte vor allem die Ambivalenz: Keiner glaubt, tatsächlich mit einem nicht mehr anwesenden Menschen zu sprechen, und doch spendet ein solches Gespräch mit einer Person, von der man weiss, dass sie nicht real ist, vielleicht Trost. Dazu kommt in meinem Kurzfilm auch ein weiterer Aspekt: Die Beziehung basiert auf einer digitalen Dienstleistung, wenn die Zahlungen eingestellt werden, verschwindet die Beziehung. Ihre Dimension kann fast spirituell sein, gleichzeitig ist sie von der Kreditkarte abhängig.

Wie erlebst du den Einzug der KI in Bezug auf deine Arbeit?

Ich versuche sie von Innen zu verstehen, interessiere mich für die Fortschritte der Technik. Bei der kreativen Arbeit betrachte ich sie als Werkzeug. Als ich den Spielfilm schrieb, den ich als nächstes drehe, nutzte ich sie hin und wieder als eine Art Beratung. Schreiben ist ein einsamer Prozess, und der Austausch mit Claude war überraschend hilfreich: Das Modell vermochte die Struktur sehr klar zu erfassen. Gleichzeitig bin ich besorgt über die Auswirkungen, die KI auf die Branche haben könnte, vor allem in Bezug auf die Möglichkeiten, bewegte Bilder direkt aus Prompts zu generieren. Die Qualität verbessert wird schnell besser.

Du hast während der Arbeit an deinem ersten Spielfilm den Pardino d’Oro für den besten Schweizer Kurzfilm bekommen. Was bedeutet dir dieser Preis?

Er kam im bestmöglichen Moment. Der Preis hilft, anders aufzutreten, ich möchte bald an einen Punkt gelangen, an dem ich meine Position nicht mehr ständig rechtfertigen muss, weil die Werke für sich sprechen. Der Spielfilm ist auch ein Mittel, tiefer in die Schweizer Branche einzutauchen. Bisher war ich immer eine Art schwarzes Schaf: Ich habe «Typhoon Mambo» vollständig allein produziert und noch nie wirklich innerhalb des Systems gearbeitet.

Wie wichtig sind heute Workshops, Mentorate und Pitching, wenn man einen ersten Spielfilm drehen will?

Sie können entscheidend sein, aber man muss sich auch der Mechanismen bewusst sein, die sie produzieren. Manchmal habe ich den Eindruck, dass Ideen sich in bürokratische Projekte verwandeln, genau so formatiert, dass sie von Tür zu Tür weiterkommen. Das bedeutet nicht, dass all diese Möglichkeiten nutzlos sind: Manche Begegnungen können einem wirklich das Leben verändern. Aber «Typhoon Mambo» ist für mich auch ein Mahnmal. Es erinnert mich daran, dass es auch diese Spontaneität und diese Freiheit sind, die den Film zu etwas Besonderem machen.


Versione originale italiana

Un’altra via al cinema

Di Chiara Fanetti

Dal Bachelor in architettura alla Thailandia, dall’autoproduzione al Pardino d’Oro per «Typhoon Mambo» a Locarno: quello di Domenico Singha Pedroli è un percorso che si è sviluppato lontano dalle traiettorie più convenzionali della formazione cinematografica ma che ha saputo farsi largo nel circuito dei festival.

Come sei passato dall’architettura al cinema?

Ero già interessato alle arti visive, ma una formazione cinematografica a 18 anni mi sembrava troppo specifica. Cercavo qualcosa che mi desse idee e sensibilità da altri punti di vista e ho scelto l’Accademia di Architettura di Mendrisio, che ha un’impostazione molto interdisciplinare. Alla fine del bachelor ho capito che volevo fare cinema, così a Capodanno 2019 mi sono trasferito a Bangkok, dove ho iniziato il mio percorso formativo autodidatta: il 3 gennaio ero già su un set, per «Krabi 2562» di Ben Rivers e Anocha Suwichakornpong. Era una produzione indipendente e mi aveva colpito il modo in cui il film si costruiva a partire dalla realtà: durante un casting emergeva qualcosa su una persona e magari il giorno dopo quella conversazione era già diventata parte del film.

Questo approccio è rimasto nel tuo metodo?

Sì. Il mio primo lavoro realizzato autonomamente era un documentario nel sud della Thailandia. Ho scelto un luogo che mi interessava e ho deciso di rimanerci un mese: quello che avrei raccolto sarebbe diventato un film. Ho incontrato alcune persone anziane, il loro quotidiano mi ha toccato e da lì è nato il documentario. Questo metodo è rimasto anche nei progetti successivi, fino a «Au revoir Siam», sui rifugiati politici thailandesi in Francia (in concorso nazionale a Visions du Réel nel 2024, ndr.).

Anche «Typhoon Mambo», il tuo corto premiato a Locarno, nasce da una serie di intuizioni più che da un’idea narrativa definita?

Concepisco i progetti in modo molto libero e personale. Parto da elementi come un’emozione, un luogo, una luce, un’atmosfera, non necessariamente da qualcosa di narrativo o da un personaggio. Poi lentamente si comincia a scolpire questa sensazione, che diventa più concreta. Per «Typhoon Mambo», per esempio, c’erano l’interesse per i chatbot e per la figura di un’anziana che ha perso qualcuno: erano frammenti che poi hanno iniziato a prendere forma.

Il corto è stato girato nel 2022, prima di ChatGPT. Come sei arrivato al tema dell’intelligenza artificiale?

Sapevo che esistevano chatbot con cui alcune persone cercavano di ricostruire la personalità di qualcuno che era morto. Mi interessava soprattutto l’ambivalenza: nessuno crede davvero che quella conversazione avvenga con una persona che non c’è più, eppure parlare con qualcuno anche sapendo che non è reale può dare una forma di conforto. Nel mio cortometraggio c’è però anche un altro aspetto: questa relazione è un servizio digitale: se smetti di pagarlo, scompare. È un rapporto che può avere una dimensione quasi spirituale, ma allo stesso tempo dipende da una carta di credito.

Oggi, nel tuo lavoro, come vivi l’ingresso dell’AI?

Cerco di capirla dall’interno; mi interessa seguire gli avanzamenti della tecnologia. Per gli aspetti creativi cerco di considerarla uno strumento. Nella scrittura del lungometraggio, che sarà il mio prossimo progetto, mi è capitato di usarla come una sorta di consulente. La scrittura è un processo solitario e confrontarmi con Claude mi ha sorpreso: aveva una lettura della struttura molto perspicace. Allo stesso tempo mi preoccupa l’impatto che l’AI generativa potrà avere sull’industria, soprattutto sulla possibilità di generare immagini in movimento direttamente da un prompt. La qualità sta migliorando rapidamente.

Il Pardino d’Oro come miglior corto svizzero è arrivato mentre stai lavorando al tuo primo lungometraggio. Che cosa significa per te?

È arrivato nel momento migliore possibile. Il premio aiuta a presentarsi diversamente e vorrei arrivare a un punto in cui non devo continuamente legittimare la mia posizione, perché sono i lavori a parlare da soli. Il lungometraggio è anche un modo per entrare più profondamente nell’industria svizzera. Finora ne sono stato un po’ una pecora nera: «Typhoon Mambo» è stato interamente autoprodotto e non ho mai avuto davvero a che fare con il sistema dall’interno.

Nel percorso verso il lungometraggio, quanto contano oggi i lab, mentoring e pitching?

Possono essere fondamentali, ma bisogna essere consapevoli dei meccanismi che producono. A volte ho l’impressione che un’idea rischi di diventare un progetto burocratico, con una personalità formattata per poter passare da una porta all’altra. Non significa che questi percorsi non siano utili: alcuni incontri possono davvero cambiarti la vita. Ma «Typhoon Mambo» è anche un monito per me. Mi ricorda che quella spontaneità e quella libertà sono parte di ciò che rende il film speciale.

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