Comment t’y es-tu pris pour transformer la mémoire privée en un récit cinématographique à la dimension collective ?
Je voulais réaliser un film compréhensible même pour ceux qui ne connaissent pas ce conflit. C’est pourquoi j’ai choisi de partir d’expériences personnelles, pour accompagner chaque spectateur et ouvrir un débat plus large. Le documentaire commence par des vidéos de famille qui montrent la vie normale avant la guerre, puis la propagande s’installe progressivement, favorisée surtout par la télévision. Les archives liées aux expériences personnelles – celles de mes grands-parents, de ma famille et de Hasan – ont été fondamentales pour raconter l’Histoire sans réaliser un documentaire historique classique.
Quelle a été ton approche avec ces archives et quel rôle ont-elles joué dans la construction du récit ?
Au début du film, j’ai employé une cassette avec une vidéo tournée par mon père. C’est le seul document audiovisuel de moi d’avant la guerre que j’aie conservé. Souvent, les maisons étaient vidées et tout ce que les gens possédaient était détruit. C’était l’un des éléments du nettoyage ethnique: outre les déportations, il y avait l’effacement des souvenirs et des lieux qui donnent un sentiment d’appartenance. J’avais aussi une dizaine de cassettes de téléjournaux enregistrés par mes parents. Quand, dans le film, on voit ces extraits, il s’agit de ce matériel, aujourd’hui difficile à trouver.
Il y a également eu la recherche dans les archives institutionnelles liées au conflit. Qu’est-ce qui t’a guidée dans le choix du matériel ?
La phase dans les archives a duré trois à quatre mois. En plus des images de famille et du matériel en VHS, Sanda Copelj nous a aidés en contactant le Tribunal pénal international de La Haye, qui nous a fourni des documents sur la défaite, y compris des séquences où des soldats et des paramilitaires serbes se filment les uns les autres, également utilisées comme preuves lors des procès. Nous avons trouvé des vidéos d’amateurs présents à Srebrenica, des photographies prises par les contingents des Nations Unies et de courtes vidéos trouvées en ligne. Certaines séquences soulevaient des questions délicates, comme celles d’un groupe paramilitaire, qui montraient des exécutions filmées. Je ne montre jamais de meurtres: je voulais que le public comprenne la situation sans exalter la violence, en respectant les victimes sans glorifier les responsables.
La préparation avant le tournage a-t-elle été longue ?
Nous avons travaillé différemment que d’habitude. Le documentaire a été écrit presque comme une fiction, en ce sens que j’ai consacré plus de temps à la préparation qu’au tournage. Je suis arrivé sur le terrain avec une structure bien définie, les délais et le budget étaient limités. Nous avions environ un mois et demi de tournage et un emploi du temps assez chargé. Le monteur était présent dès la phase d’écriture, chose assez rare – ce qui nous a aussi montré les difficultés de raconter une histoire qui appartient entièrement au passé. D’un point de vue « visuel », la question était: qu’est-ce que je vais montrer à l’écran ? J’ai puisé dans les archives en essayant de les faire entrer en résonnance avec mes expériences personnelles. J’étais d’abord sceptique quant au choix de la voix off, qui a finalement été ajoutée. Mais elle a été nécessaire pour donner une certaine envergure à la narration. Il ne fallait qu’elle explique, mais seulement qu’elle accompagne le public.
Parle-nous de Hasan : comment s’est développée ta relation avec lui ?
Son histoire ressemble à celle de nombreux survivants que j’ai rencontrés. Je l’ai découverte en lisant certaines interviews et j’ai vu que nous avions plusieurs amis en commun. Alors nous nous sommes rencontrés. Son histoire comportait des éléments extraordinaires et une structure qui évoquait déjà un récit cinématographique. Avec le directeur de la photographie, Samuele Bogni, nous avons refait les plus de 100 km de sa fuite. C’était important pour nous connaître et instaurer une relation de confiance. Hasan me confiait son histoire et je voulais en prendre soin.
Au départ, le documentaire ne devait porter que sur lui. Je pensais que mon histoire personnelle devait avoir moins de poids : ma famille a pu fuir et nous n’avons perdu personne, et je doutais qu’il soit juste de l’inclure. Dans un second temps, j’ai compris que notre expérience avait elle aussi une résonance universelle, comme celle de tant de familles de la diaspora. Grâce aux archives, nous avons pu entremêler les deux récits.
Versione originale italiana
Il documentario come luogo di ascolto
Nel suo esordio premiato a Soletta, Dino Hodic intreccia memoria personale e storia collettiva usando testimonianze e archivi familiari. Il film torna sul conflitto nei Balcani attraverso il racconto di Hasan, sopravvissuto al genocidio di Srebrenica, e le riflessioni del regista, cresciuto in Svizzera durante la guerra in Bosnia e tornato a filmare nella sua città natale, Zvornik. «Nessuno vi farà del male», prodotto dalla bregagliotta Fiumi Film e co-prodotto da RSI, non è un film politico ma un percorso di ascolto e scambio.
Come hai trasformato la memoria privata in un racconto cinematografico che tocca una dimensione collettiva?
Volevo realizzare un lavoro comprensibile anche a chi non conosce questo conflitto. Per questo ho scelto di partire dalle esperienze personali, per accompagnare ogni spettatore e aprire un discorso più ampio. Il documentario inizia con video di famiglia che mostrano la normalità prima della guerra, poi entra gradualmente la propaganda, diffusa soprattutto dalla televisione. Gli archivi legati ai vissuti personali - dei miei nonni, della mia famiglia e di Hasan - sono stati fondamentali per raccontare la Storia senza realizzare un documentario storico tradizionale.
Come hai lavorato con gli archivi di famiglia e che ruolo hanno avuto nella costruzione del racconto?
Nella parte iniziale del film ho utilizzato una cassetta con riprese girate da mio padre. Quel video di me prima della guerra è l’unico documento sopravvissuto. Spesso le case venivano ripulite e tutto ciò che le persone possedevano veniva distrutto. Era una delle azioni della pulizia etnica: oltre alle deportazioni, c’era la cancellazione dei ricordi e dei luoghi che danno senso di appartenenza. Avevo anche una decina di videocassette di telegiornali registrate dai miei genitori. Quando nel film si vedono le news in tv si tratta di quel materiale, oggi difficile da reperire.
C’è stata ricerca anche negli archivi istituzionali legati al conflitto. Cosa ti ha guidato nella scelta del materiale?
La fase di archivio è durata tre-quattro mesi. Oltre alle immagini di famiglia e al materiale su VHS, Sanda Copelj ci ha aiutato contattando il Tribunale Penale Internazionale dell’Aia, che ci ha fornito gli archivi relativi al momento della caduta, comprese le riprese girate da soldati e paramilitari serbi tra loro, usate anche come prove nei processi. Abbiamo trovato materiale di videoamatori presenti a Srebrenica, fotografie scattate dai contingenti delle Nazioni Unite e brevi filmati reperiti online. Alcune sequenze hanno posto questioni delicate, come quelle di un gruppo paramilitare, che ritraevano esecuzioni filmate. Non mostro mai le uccisioni: volevo che lo spettatore comprendesse la situazione senza esaltare la violenza, rispettando le vittime e senza glorificare i responsabili.
Quanto è stata importante la preparazione prima delle riprese?
Abbiamo lavorato in modo diverso dal solito. Il documentario è stato scritto quasi come una fiction, nel senso che ho dedicato più tempo alla preparazione che alle riprese. Sono arrivato sul campo con una struttura molto definita, tempi e budget erano limitati, avevamo circa un mese e mezzo di riprese e una scaletta giornaliera piuttosto rigida. Il montatore ha partecipato già alla fase di scrittura, cosa piuttosto rara, ed è stato utile per capire le difficoltà di raccontare una storia che appartiene completamente al passato. Dal punto di vista visivo, la domanda era: cosa porto sullo schermo? Ho usato gli archivi cercando di farli dialogare con le esperienze personali. Ero scettico sul voice over, che è arrivato alla fine, ma era necessario per aggiungere un livello alla narrazione. Non doveva spiegare, ma accompagnare lo spettatore nel percorso di scoperta.
Parlaci di Hasan: come si è sviluppato il rapporto con lui?
La sua storia è simile a quella di molti sopravvissuti che ho incontrato. Avevo letto della sua esperienza in alcune interviste e ho scoperto che avevamo amicizie in comune, così ci siamo incontrati. La sua vicenda aveva elementi straordinari e una struttura che ricordava già un racconto cinematografico. Con il direttore della fotografia Samuele Bogni abbiamo rifatto il percorso della sua fuga, oltre 100 km a piedi. È stato importante per conoscerci e costruire un rapporto di fiducia: Hasan mi stava affidando la sua storia e io volevo trattarla con cura.
All’inizio il documentario doveva riguardare solo lui. Pensavo che il mio racconto personale avesse meno peso: la mia famiglia è riuscita a fuggire e non abbiamo perso nessuno, mi sono chiesto se fosse corretto inserirlo. Poi ho capito che anche la nostra esperienza risuonava in modo universale, come quella di tante famiglie della diaspora. Grazie agli archivi siamo riusciti a intrecciare le due narrazioni.